"Valter Vannelli, 1946 E DINTORNI _ Immagini della memoria, Rubbettino Editore, novembre 2006" Valter Vannelli, 1946 e dintorni, immagini della memoria, 2006, agg.2008





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Valter Vannelli
1946, QUEGLI ANNI, immagini della memoria

Lulu.Com, 2010
11 x 17,5, pagine 288, pocket
Narrativa _ ISBN-978-1-4461-6561-4


L'edizione di "1946, QUEGLI ANNI, immagini della memoria" (lulu.com 2010) sostituisce quella di "1946 E DINTORNI, immagini dellamemoria" (Iride 2006).

Gli anni ’40 nella memoria di un giovane, Luca, che si accorge di crescere in un mondo in attesa, come lui, di una metamorfosi. Nel 1946, la guerra, anche negli echi di quella civile, è finita. Si guarda alle condizioni per la ricostruzione: il Referendum, l’amnistia, la Costituente, i rapporti tra i partiti, il governo, gli Alleati, il Vaticano; sullo sfondo della Cortina di ferro e di una nuova crisi mondiale. Le riflessioni di ogni giorno si confrontano con la vita civile del paese; con la politica, gli aiuti americani, le elezioni del ’48, l’attentato a Togliatti; fino ai primi passi per l’Unione Europea, 1950. Protagonista della storia resta la coscienza di un giovane geloso della propria identità e consapevole di eventi i cui processi gli sopravviveranno. Il racconto della memoria di sé si incrocia con quello critico sulle vicende degli anni ’40, in una alternanza di immagini e registri che tra riflessioni e convincimenti delineano il carattere del protagonista e la scrittura dell’autore.





Valter Vannelli
1946 E DINTORNI, immagini della memoria

IRIDE Edizioni _ Gruppo Rubbettino, 2006
13 x 21, pagine 196
Narrativa _ ISBN 88-88947-54-X

Prologo
Indice
Prime pagine



vv@valtervannelli.it


RUBBETTINO
IRIDE Edizioni
La FELTRINELLI
internet BOOK SHOP, UNILIBRO
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    Prologo

     Ogni volta aveva ritrovato la casa che era stata sua prima della guerra e aveva ripercorso le strade e le piazze della cittadina toscana da dove - nell'autunno del 1946, dopo il Referendum, l'elezione dell'Assemblea Costituente e l'amnistia voluta da Togliatti - con la madre e il fratello era partito per Roma, in cerca di fortuna. Vi tornava ad ogni morte di papa, per una scappata, e non cercava i parenti, ché gli bastava sapere di loro. Quella volta, un giorno d'ottobre sereno come allora, anche l'ultimo tra fratelli e sorelle della madre non c'era più, da anni. Ne era sgomento.
     Erano un riferimento, e con l'immaginazione era solito interloquire a distanza con questo o con quello. Per ripicca, è vero; ma pure per i ricordi di una stagione sempre più lontana, legata alla guerra e alla giovinezza, che non voleva perdere e che infine avrebbe voluto ridestare con l'ultimo di loro. Per questo ne era stato male.
Non avrebbe potuto fare a meno di ricordare; pur sapendo che, per quanto gli premesse, quel passato segnato da paure, fame, menzogne e violenze, era scomparso con chi non c'era più a condividere con lui la memoria di vicende nazionali che avevano un senso profondo pure tra quelle familiari.
     Quell'epoca, degli anni '40, dagli effetti protratti fino alla caduta del Muro di Berlino, ed oltre, già non era la stessa per i suoi coetanei, allora ragazzi come lui. Meno ancora, trascorso quel secolo, poteva essere dei giovani d’oggi, nipoti di una generazione scomparsa, che di quella guerra anche civile e della lotta di classe che ne era scaturita non avevano visto nulla; e che, se ne sapevano qualcosa, del senso anche umano di quel momento storico avrebbero finito per perdere o cancellare tutto.
     Fu così che si mise a scriverne per sé - della giovinezza, della guerra e del dopoguerra - e scoprì cose avvenute, che lui stesso aveva visto e udito; ma che prima, per il distacco che allontana ogni esperienza dalla sua riflessione, non aveva saputo. Ancora una volta ricordi, sogni e desideri lo avevano preso per mano e scritto per lui cose che sapeva vere; immagini della memoria che prima non conosceva, non come a distanza di tempo infine si sgranavano da sole, quasi che fossero state loro ad attendere lui, e non la sua penna a disegnarle nel modo in cui gli sembrava fossero state.
     Anche il nome del protagonista - Luca - era tornato così, da echi di richiami di madri in stanze di un presente che non é più.

Roma - Firenze, 2003 / ’05



    Indice

9 _ Millenocecentoquarantasei
(delle chimere e del realismo)

La guerra era davvero finita
Ognuno diceva la sua
Quel rosso tutto uguale
Il pane senza i bollini
La famiglia del Ballaino
Gli zoccoli di legno
La casa che era stata sua
La storia continua
Guerra civile e guerra di classe
Vecchie acredini e nuove avversioni
Quel giugno del '46
Speranze e timori di una vigilia
Al voto
Gli alleati, il boogie-woogie, le pin-up
Senza illusioni in un paese diviso
Non restava che scappare

83 _ Venti mesi di guerra civile
(delle immagini nella valigia)

La volpe abbandona e il gatto scappa
Il collegio dei frati
In montagna
Qualcosa di non detto
Uomini e cani
Quell'attesa che non finiva mai
La lunga notte del '44-'45
Una mattina di aprile, la Liberazione
Ritorni e risvegli del giorno dopo



    101 _ In cerca di fortuna
(della sorte e dell'emigrazione)

A Roma con la valigia di legno
Con gli sciuscià
Di nuovo in collegio
La mente divaga

117 _ Un po' dopo il ‘46
(delle attese e della normalità)

Tra quattro mura
Metafore di una città
Collegio e società civile
Dopo il 18 aprile e l'attentato a Togliatti
In libera uscita, le ragazze e la città
L’incontenibile impulso del desiderio
Ancora un anno
Come prima
Altre domande
Ombre e luci della vigilia
Non maggiorenne, ma libero

207 _ Ringraziamenti




    Alcune pagine

1. Millenovecentoquarantasei
(delle chimere e del realismo)

La guerra era davvero finita

     A un anno dalla fine di un conflitto mondiale, dalle sue crudeltà, paure e sofferenze, e dalle speranze e delusioni del dopo, le ferite più profonde erano quelle della pace. Anche per Luca. Lui, a maggio, aveva compiuto quindici anni. Non era più un ragazzo. Dopo i collegi, i traslochi e gli sfollamenti con la madre e il fratello, c’era stata la guerra vissuta da vicino; quella tra gli alleati bloccati nella piana lungo l’Arno e i tedeschi trincerati sulla linea gotica; e l’altra, quella civile, senza un fronte e senza tregua, tra fascisti e antifascisti. Il terrore, la violenza e l’egoismo anche vigliacco del prossimo ne avevano fatto un giovane consapevole; un giovane anche sicuro di sé, che non faceva a meno di sognare. Come tanti della sua età, maneggiava ordigni e residuati abbandonati nei fossi, obici, polvere da sparo e altro. E non aveva difficoltà a interloquire con i grandi; ma parlare con una ragazza lo metteva in soggezione, e un turbinio d’immagini lo confondeva, distraendolo da ciò che faceva o diceva. Vedeva ed era distratto. Pensava e intanto immaginava. Da qualche tempo, e non solo di giorno, avvertiva turbamenti e scombussolamenti tanto lucidi da esserne cosciente anche nel sonno. Erano il segno che stava crescendo e cambiando, nel fisico e nella mente; e che, come tutto intorno a lui, doveva aspettare.

     Sperduto nella folla accalcata di traverso alla lunga piazza del centro, Luca aveva ascoltato Nenni e altri candidati alle elezioni, venuti qua, si diceva, non solo da Pistoia e Firenze, ma anche da Roma. Di quelle cose non capiva più di tanto, ma n’era partecipe, ché bene o male si trattava del suo presente, e ancor più del suo futuro.
     C’era, anche in lui, il desiderio di buttarsi alle spalle le paure e i tormenti della guerra, il terrore dei rastrellamenti, l’orrore delle rappresaglie e dei tanti appesi ad un filo di ferro, padri e figli, non era un anno, agli alberi del viale lungo il fiume; e l’incubo dei bombardamenti e delle corse ai rifugi, nelle notti cupe illuminate dai bengala e dai lampi di quel fronte dell’Appennino che sembrava non cedere mai.
    
    (da pp. 9-10)


         ......   Il peggio fu dopo il passaggio del fronte. Da una stanza all’altra di case diverse, con quattro carabattole, un gatto e due quaderni, il ritorno alla vita normale degli altri era un’offesa alla fame e alla mancanza d’ogni cosa. Più del digiuno e delle inquietudini dell’età, a urlare la rabbia era lo sgomento della giovinezza sprecata, l’essere fuori dal mondo.
Contarono e ricontarono altre stagioni di stenti e attese. Anche il ricordo della guerra era ormai lontano; ma non i tormenti e gli affanni di Luca e dei suoi; ai quali ormai – esaurita ogni risorsa, nudi e crudi, senza un barlume di prospettiva, o un briciolo di fiducia - non restava altro da fare.
Come molta altra gente da altri paesi, della quale ben poco si sapeva, se non che era ridotta male come loro, nell’autunno del ‘46, quando nella stanchezza di una stagione rugginosa con le speranze di tanti caddero anche le loro - per orgoglio, per povertà - sfollarono a Roma.

Dopo un giorno di viaggio e una notte di sonno e di sogni su una panchina della stazione, Luca si svegliò con gli altri alle prime luci. Un sole pallido, neppure tiepido, si profilava nella prospettiva delle pensiline oltre le nebbie e le sagome ancora buie, qua o là baluginanti, della periferia e dei Castelli.
D’ogni dove giungevano voci e rumori, attutiti, filtrati dal torpore e dal freddo; come l’immagine della stazione, ancora confusa, con la gente a sgranchirsi sui marciapiedi, gli orologi fissi sulla stessa ora e i treni uno appresso all’altro allineati sui terminali, con gli sportelli spalancati, i vagoni semivuoti e le motrici che ronfavano sorde, non si capiva se per partire o riprendere fiato.
Luca si stiracchiava come tutti, infreddolito e indolenzito, e dovette fare uno sforzo per rientrare in sé e rendersi conto del perché diamine stesse lì. La madre e il fratello erano stralunati come lui; ma tutti e tre ci misero poco a capire che la giornata era all’inizio, e che andava fatto tutto quello per cui se n’erano venuti via dalla Toscana.
Non sapevano da dove cominciare, né come. Quella città, alla quale infine si stavano affacciando oltre il portico in ghisa della vecchia stazione, non la conoscevano per nulla. Né per loro, prima d’allora, fuor della politica aveva significato davvero qualcosa. Ma ora, come per quelli che già li precedevano oltre la piazza, o per altri che li avrebbero seguiti, era la loro speranza.

Vi si avviarono, lungo le Terme di Diocleziano fino all’Esedra, e poi in discesa giù per tutta la via Nazionale fino a piazza Venezia e al Campidoglio, col naso per aria e la valigia di legno col manico di ferro tenuta a turno da due mani, un po’ per volta, ché pesava.


A Roma con la valigia

La capitale era sottosopra. A Luca appariva grande e povera, monumentale e stracciona. Ma c’erano anche piazze ricche di traffico e gente; e strade intere con negozi, magazzini e caffetterie che, specie di sera, sembravano ammiccare da vetrine e insegne come luoghi di benessere, di calore e festa. Luca vedeva ogni cosa come in sogno, tra la sorpresa e la stanchezza, seguendo la madre e il fratello da un luogo a un altro, fino a trascinarsi tutti e tre alla ricerca di un posto sconosciuto e provvisorio ove sostare, specie di notte.
Negli uffici si sentiva la frenesia di fare il possibile e di farlo presto, di rimboccarsi le maniche sul ginepraio di un paese da ricostruire. C’era gente in gamba, o almeno ne incontrarono, e tra tanta miseria, nel coacervo di tensioni, ambizioni e urgenze che si palpavano da vicino, si viveva anche un clima di comprensione e collaborazione.
In Luca i nomi di quegli uomini e donne di un mondo tanto diverso dal suo sono scomparsi dalla memoria; ma nell’animo gli sono restati, ben impressi, la volontà e le speranze che esprimevano. Erano giovani. Alcuni erano stati partigiani, altri erano appena tornati dal fronte o dalla prigionia. Ascoltavano, comprendevano, si davano da fare. Avrebbero voluto risolvere meglio e presto, ma s’erano trovati nell’ingranaggio dei più. I quali, lo si capiva, erano gli stessi di prima, i voltagabbana e gli imboscati di sempre, coinvolti o partecipi a qualsiasi titolo del nuovo clima di ricostruzione.
La professione laica, cattolica o marxista era sottintesa, ed era di conforto incontrare anche persone che nelle loro funzioni mostrassero di rispettare il proprio ruolo istituzionale. Nell’insieme, pur in mezzo a tanta confusione e ad altrettanto reale bisogno di solidarietà, sembrava di vivere uno stato di risveglio e responsabilità incoraggiante, meno di parte, o più attivo e fiducioso di quello lasciato nella provincia toscana.
Quelle settimane trascorse sbalestrati da una stanza all’altra di ministeri, sedi sindacali ed enti assistenziali, tra mense e dormitori, di giorno fra tanta gente sofferente e di notte ospitati su panche e seggiole in una stazione dei carabinieri, o nelle camerate dell’universo di coetanei incruditi dalla miseria e dal bisogno, gli sciuscià, quelle settimane gli si rivelarono insomma molto di più di una faticosa e dolorosa esperienza. Per Luca, esse divennero già allora una preziosa e inesauribile ragione di crescita interiore.
I sentimenti e i principii già propri di un carattere introverso e a suo modo risoluto ne uscirono rafforzati, e con quelli l’orgoglio e la volontà di riscatto. Con il senso della solidarietà prese forma il senso dello Stato, e infine il ruolo atteso dalle nuove istituzioni.
Né allora, né poi, Luca si sarebbe tuttavia districato tra il culto della cosa pubblica e l’indole sua, individualistica e dubbiosa. Quello che in fondo avrebbe davvero desiderato, e gli sarebbe bastato, era un consesso umano meno condizionante e dispersivo, che gli consentisse d’avere maggiore cura di sé. Per questo, e per altro, si rafforzarono allora in lui anche quei risentimenti che, radicandosi nell’animo, ne condizionarono l’esistenza fin nelle scelte e atti più minuti della giornata. Gli stessi che lo avrebbero portato a rifiutare e osteggiare con durezza e intransigenza anche preconcetta, in sé e negli altri, in famiglia nella scuola e ovunque, forme e manifestazioni estranee a una disciplina interiore, o riferibili a mentalità e costumi per Luca sintomatici di quieto vivere, d’ottusità ed egoismo. Tutte cose che lui, sempre sicuro per gli altri quanto pieno di dubbi per sé, egocentrico e tormentato da un nonnulla, conosceva bene.
    ......   (da pp. 97-100)

     da  "Valter Vannelli, "1946 E DINTORNI. Immagini della memoria _ Rubbettino Editore, settembre 2006

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